L’occupazione militare tedesca a Manfredonia: il giorno che fu fatto esplodere il castello, dal diario di Mons. Cesarano

Il diario di mons. Andrea Cesarano è uno straordinario documento sul periodo dell’occupazione tedesca di Manfredonia, durante la Seconda guerra mondiale. In quei fogli manoscritti, che egli qualifica come “Promemoria”, sono annotate le drammatiche vicende sipontine che vanno dall’8 settembre al 1° ottobre del 1943. Del libro – curato con grande precisione, competenza e passione da Antonio Tomaiuoli – riproduciamo le pagine del 24 e 25 settembre 1943, quando i tedeschi volevano fucilare quattro manfredoniani e tentarono di far “saltare” il castello.

Venerdì 24 settembre.

Mi si dice che verso le 4 del mattino, tre o quattro camions tedeschi venuti da Foggia, e comandati da un ennesimo capo, dopo essersi caricati ben bene di ogni ben di Dio, partirono, lasciando aperti i magazzini. Quindi il saccheggio in piena regola, e fortunatamente senza tristi conseguenze alla vita delle persone.

Verso le 12 il Commissario Prefettizio venne ad avvertirmi che il Comandante tedesco gli aveva comunicato che in giornata si sarebbe fatto saltare il Castello. Collo stesso corsi dal Comandante, un vero muro, senza cuore e senza pietà. (Si vede chiaro che i tedeschi scelgono gli uomini adatti per ogni loro triste bisogna!). L’incontrammo in piazza Municipio e mi ci presentai. Pur arcigno mi ascoltò con deferenza, e mi confermò che per le ore 15 il castello doveva esser saltato. Domando assicurazioni per l’incolumità pubblica. Rispose che la garantiva oltre i 500 metri dal castello. Lo pregai di permettere il bando pubblico per prevenire la popolazione e mettersi in salvo. Dapprima rifiutò, poi acconsentì quasi per forza, e conchiuse con malcelato disprezzo che gli italiani erano traditori, vigliacchi, e via dicendo. Non risposi e mi allontanai. Alle ore 14 la città era completamente vuota e dispersa per le campagne e a parecchi Km.

Il castello di Manfredonia dopo le bombe tedesche 2
Sopra e nella foto di apertura: il castello di Manfredonia nella parte devastata dagli ordigni collocati dai tedeschi

Verso le 14,30 sentimmo il rombo di numerosi apparecchi inglesi che in due ondate andarono a bombardare l’ammassamento dell’Armata tedesca, accampata ad una decina di Km da Manfredonia. Uno spaventoso cannoneggiamento. Fu questa la causa che si sospese di far saltare il castello? Verso le 17 si seppe che tutti i tedeschi, salvo pochi, erano partiti dalla città, portandosi perfino i cannoni antiaerei. Demmo un sospiro: ma la popolazione era preoccupata ed allarmata. Credetti opportuno di cedere alle insistenti preghiere del Commissario Prefettizio (il solo rimasto, essendo tutti scomparsi da vari giorni, carabinieri, guardie di finanza e soldati coi relativi comandanti), recandomi nuovamente dal Comandante tedesco. Questi era partito cogli altri soldati. Erano di guardia solamente alcuni. Alla richiesta se doveva saltare il castello, risposero: alle 20. Nuovo panico. Ma lo scoppio non avvenne. Il castello doveva essere la bomba finale della loro occupazione militare: forse, essendo gl’inglesi ancora a debita distanza, non era giunto il momento.

Sabato, 25 Settembre.

Si prevede la giornata assai triste coi suoi inevitabili incendi, saccheggi e sparatorie. La popolazione è in preda ad indicibile panico. Vengo a conoscenza che una folla immensa depreda con tutti i mezzi i magazzini lasciati aperti dai tedeschi. Si aggiungono varie centinaia di montanari, mattinatesi e abitanti delle campagne vicine, che con carrette di ogni dimensione sono accorsi durante la notte e che saccheggiano a più non posso. Sradicano perfino le finestre e portano via anche le predelle di legna che servivano di base alla merce.

Verso le 9,30 accorrono in episcopio 4 donne gridando e piangendo (due per i rispettivi figli di una ventina d’anni, e due per i loro mariti). Mi dicono in preda a viva emozione che i loro cari stanno per essere fucilati dai tedeschi al Castello e imploravano il mio intervento. Interrogate sulla ragione delle loro affermazioni dopo un bisticcio di parole, non compresi nulla. O vollero tacerla o l’ignoravano. Mi recai subito al Castello. Difatti, ad un centinaio di metri, v’erano sentinelle armate di pistole mitragliatrici che impedivano il passaggio. Non mi si fece difficoltà. Giunto sul posto, vidi i quattro disgraziati accovacciati per terra, avendo a destra, a sinistra e di fronte tre soldati colle pistole spianate. Il Comandante era là vicino. Allo scorgermi, i detenuti incominciarono a gridare piangendo: salvateci, Eccellenza, salvateci. Anche questa volta era un altro Comandante. Dall’aspetto freddo e quasi indispettito, prometteva poco di buono. Balbettava qualche parola in italiano e mi accolse con un certo garbo. Dopo i convenevoli gli esposi lo scopo della visita. Si mostrò contrariato e disse che per legge di guerra dovevano essere fucilati. Difatti erano stati sorpresi, all’arrivo dei soldati tedeschi, giunti al mattino da Siponto a Manfredonia, con dei fucili rubati nel deposito del Castello, dopo averne forzata la porta e che alla vista dei soldati si dettero alla fuga trasportandosi la refurtiva. Raggiunti furono arrestati.

Pagina di apertura del diario Cesarano
La pagina di apertura del diario di Mons. Andrea Cesarano (click per ingrandire)

Senza dubbio, il reato era grave. Incominciai ad implorare, non per loro, per i loro figliuoli, mogli e madri desolate. Ascoltava e non rispondeva. Ricominciai il ritornello di Costantinopoli, dei generali e personalità da me colà conosciute, che sempre avevano accolto le preghiere, liberando anche condannati a morte per spionaggio, ecc. ecc. Mi seguiva con interesse e ritornai alla carica cercando ogni motivo per piegarlo, civiltà, generosità e cultura del popolo tedesco, e specialmente di non lasciare sì triste ricordo dei tedeschi a Manfredonia. Scattò dicendo: italiani! Tutti traditori italiani! Italiani, non buoni soldati! Guardate, e mostrava uno dei quattro, che piangeva più degli altri e che implorava di rivedere almeno un’altra volta la moglie e i suoi 5 figli, guardate, quello non uomo, ma femmina; così tutti soldati italiani! Che rispondere? Non era il momento di smentirlo come si conveniva. Da una parola imprudente e da un gesto fuori posto sarebbe stata la fine di quegli sventurati. Tacqui, e dopo poco ricominciai.

In breve, dopo circa 3 quarti d’ora, dopo aver accigliato gli occhi e riflettuto, fece un cenno colla mano indicando uno dei due padri di famiglia, che si mostrava più calmo e che si era limitato a scassinare la porta del deposito d’armi e sorpreso senza fucili. Disse: solo quello. Senz’altro lo chiamai che si avvicinò tremante e gli dissi: ringraziate il Signor Comandante. Questi con una mano lo scacciò quasi, e col braccio disteso gl’indicò di partire. Quel poveretto non se lo fece dire due volte e scappò fuggendo come un inseguito.

Gli altri tre ricominciarono a lamentarsi e ad implorare. Dopo un altro quarto d’ora di preghiere, fece partire i due giovani che scapparono senza rivolgersi indietro.

Per il 4° fu veramente duro, ripetendo il Comandante sempre le stesse parole: non uomo, ma femmina. Da parte mia, i figli, la moglie, la miseria della famiglia. Insomma graziò anche quello, ma dopo un’altra mezz’ora, in attesa del Podestà che fu mandato a chiamare. A questi, appena giunto, comunicò che alle 15 avrebbe fatto saltare il castello con tutte le munizioni ivi depositate, eppoi ordinava con termini categorici che per le ore 17 di fargli tenere a disposizione una macchina in piena efficienza. Il facente funzione Podestà, Dott. Pagano, gli fece notare che era ciò impossibile, essendo state tutte le macchine già requisite, prima dalle Autorità italiane durante la guerra, eppoi tutto il resto dal Comando tedesco. Con durezza il Comandante interruppe, è ordine e non si discute: alle 17 deve esser pronta una macchina altrimenti saranno guai per la città e per voi.

Alle 13 fu emanato un bando che avvertiva la popolazione dello scoppio del Castello alle 15, e della necessità di un’auto per le 17.

Alle 15 una detonazione formidabile: saltava il castello. Fortunatamente le torri e i bastioni hanno resistito allo scoppio; solo il fabbricato interno è un’immensa rovina. Una sola vittima: un povero uomo, piuttosto anziano, è caduto riverso per lo spostamento d’aria, decedendo dopo poche ore.


Testo e foto tratti da Andrea Cesarano, L’occupazione militare tedesca a Manfredonia, a cura di Antonio Tomaiuoli, Presentazione di mons. Michele Castoro, Postfazione di Pasquale Ognissanti, Edizioni Sudest, 2011.

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